Corte di cassazione

Giurisprudenza

La giurisprudenza della Corte di Cassazione

Cassazione 23455/2018, mancata produzione del fascicolo monitorio nel giudizio di opposizione: I principi ai quali è necessario riferirsi per la soluzione del caso concreto sono, dunque, i seguenti:

  1. la documentazione prodotta unitamente al ricorso per decreto ingiuntivo su cui si fonda la pretesa vantata deve ritenersi acquisita al giudizio anche per le successive fasi di cognizione;
  2. la prova documentale e testimoniale esaminata dal giudice di primo grado che, quanto alla sua storicità, ne dà conto in motivazione, pur soggetta a nuova valutazione da parte del giudice d’appello deve ritenersi acquisita agli atti, anche in base alla sentenza di primo grado pronunciata, visto il valore di atto pubblico del provvedimento decisorio del giudice;
  3. la perentorietà del termine entro il quale, a norma dell’art. 169 c.p.c., comma 2, deve avvenire il deposito del fascicolo di parte ritirato all’atto della rimessione della causa al collegio, va riferita solo alla fase decisoria di primo grado e non può in alcun modo operare una volta che il procedimento trasmigri in appello, stante il riferimento dell’art. 345 c.p.c. alle sole prove “nuove” e, quindi, ai documenti che si pretenda di introdurre per la prima volta nel secondo grado, tra i quali non rientrano quelli contenuti nel fascicolo di parte di primo grado, ove prodotti nell’osservanza delle preclusioni probatorie di cui agli artt. 165 e 166 c.p.c.;
  4. nell’ipotesi in cui la costituzione in giudizio dell’appellato avvenga in udienza e ne venga dato atto nel relativo verbale (documento fidefacente) nel quale poi si attesti il ritiro del fascicolo di parte, l’avvenuto deposito di esso (del quale risultano a disposizione del collegio le veline) e la sua esistenza devono ritenersi dimostrate attraverso la susseguenza logica di tali eventi, comprovati dagli atti fidefacenti che ne danno conto;
  5. nel caso in cui, nel giudizio d’appello, la parte, dopo essersi costituita, ritiri il fascicolo di parte ed ometta di depositarlo nuovamente dopo la precisazione delle conclusioni, incorre in una mera irregolarità che il giudice di merito può fronteggiare attraverso una prudente valutazione delle veline a sua disposizione o, nel dubbio, attraverso la rimessione della causa sul ruolo.

 

Cass. civ. Sez. II, Ord., (ud. 07-03-2017) 08-10-2018, n. 24678, opposizione cartella esattoriale, accoglimento, condanna alle spese anch dell’esattore: l’opzione interpretativa sopra riportata risulta essere stata successivamente abbandonata da questa Corte, la quale ha chiarito che nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale relativa al pagamento di sanzione amministrativa, anche quando l’impugnazione sia riconducibile al vizio di notifica del verbale di accertamento presupposto, eseguita dall’ente impositore, l’esattore deve rispondere delle spese processuali nei confronti dell’opponente vittorioso, in base al principio di causalità, che informa quello della soccombenza, perchè comunque la lite trae origine dalla notificazione della cartella di pagamento, sebbene eseguita dall’esattore in esecuzione del rapporto che ha ad oggetto il servizio di riscossione, e tenendo peraltro conto che l’esattore, proprio perchè ha una generale legittimazione passiva nelle controversie aventi ad oggetto la riscossione delle somme di cui è incaricato, ai sensi del D.Lgs. n. 112 del 1999, art. 39, deve rispondere dell’esito della lite pure con riguardo alle spese processuali (sez. 6, n. 2570, 31/1/2017, Rv. 642743);  ulteriormente precisandosi che le spese di lite, in base al principio di causalità, vanno poste solidalmente a carico, dell’ente impositore e dell’agente della riscossione, da considerarsi entrambi soccombenti rispetto all’opponente, il quale è, invece, estraneo alla circostanza, rilevante solo nei rapporti interni, per cui il secondo ponga in essere atti dovuti su richiesta del primo (Sez. 6, n. 1070, 18/1/2017, Rv. 642562)

 

Mancanza sottoscrizione avvocato Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., (ud. 23-01-2018) 15-05-2018, n. 11793:  Tra gli elementi idonei a consentire la sicura riferibilità dell’atto alla persona indicata come suo autore, quando manchi la sottoscrizione, questa corte ha già più volte affermato che può assumere rilievo anche l’indicazione, nella relazione di notificazione, che quest’ultima è stata effettuata ad istanza del difensore indicato come autore dell’atto (ex permultis, Sez. 3, Sentenza n. 802 del 28/01/1987).

Nel caso di specie la copia notificata dell’atto di citazione reca l’apposizione del “visto” dell’ufficiale giudiziario che ha proceduto ad eseguire la notifica, e tale visto è di per sè idoneo a documentare che la richiesta di notifica è avvenuta ad istanza dell’avvocato indicato come l’estensore dell’atto di citazione.

Tale visto, insieme alla relazione di notificazione, costituiscono pertanto elementi idonei al raggiungimento dello scopo, ovvero far comprendere al destinatario la sicura riferibilità dell’atto all’avvocato ivi indicato come difensore degli attori.

 

Distinzione tra sentenza e ordinanza, Corte di Cassazione, sentenza n. 27143/2016: «Al fine di stabilire se un determinato provvedimento abbia carattere di sentenza o di ordinanza e sia, pertanto, soggetto o meno ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze, è necessario avere riguardo agli effetti giuridici che esso è destinato a produrre; ne consegue che deve essere definito come sentenza il provvedimento con il quale il giudice definisce la controversia soggetta al suo giudizio, sia sotto il profilo sostanziale, sia sotto il profilo processuale; mentre non è definibile come sentenza il provvedimento adottato in ordine all’ulteriore corso del giudizio, anche se con esso siano state decise questioni di merito o di procedura, essendo tali questioni soggette al successivo riesame in sede decisoria.»

 

La notifica alla parte non fa decorrere il termine per l’impugnazione, Corte di Cassazione, sentenza n. 18356/2016: “Non è idonea a far decorrere il termine breve per l’impugnazione la notifica della sentenza effettuata al comune, parte in causa, in persona del sindaco e presso la casa comunale, ove l’organo è domiciliato per la carica, in assenza di qualunque richiamo al procuratore dell’ente, anch’egli domiciliato presso la casa comunale, in quanto la sola identità di domiciliazione non assicura cha la sentenza giunga a conoscenza della parte tramite il suo rappresentante processuale, professionalmente qualificato a vagliare l’opportunità dell’impugnazione. Nè tale effetto è riconducibile alla notificazione della sentenza al comune presso l’avvocatura comunale, organo deputato alla trattazione degli affari legali, in quanto si tratta di una notificazione che, per non essere effettuata con il riferimento nominativo al procuratore, non può considerarsi eseguita alla parte nel domicilio eletto presso il procuratore, poichè la domiciliazione è riferibile al procuratore, con il quale sussiste il rapporto di rappresentanza tecnica, e non all’organo suddetto.»

 

Decorrenza del termine per la costituzione dell’appellante dalla notifica al destinatario, Corte di Cassazione, sentenza n. 1663/2016: «Ciò è stato immediatamente chiarito dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte, che ha evidenziato come la scissione operi esclusivamente laddove ne deriva un favor per il soggetto notificante, cioè l’incidenza sia coerente con la tutela del soggetto cui è finalizzata alla scissione stessa (v. Cass. sez.3, 14 luglio 2004 n. 13065; Cass. sez. 3, 11 maggio 2007 n. 10837 – per cui la distinzione dei momenti di perfezionamento della notifica per il notificante e per il destinatario dell’atto, scaturita dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, “trova applicazione solo quando dall’intempestivo esito del procedimento notificatorio, per la parte di questo sottratta alla disponibilità del notificante, potrebbero derivare conseguenze negative per il notificante, quale la decadenza conseguente al tardivo compimento di attività riferibile all’ufficiale giudiziario, non anche quando la norma preveda che un termine debba decorrere o un altro adempimento debba essere compiuto dal tempo dell’avvenuta notificazione, come per la costituzione dell’appellante o il deposito del ricorso per cassazione, dovendo essa in tal caso intendersi per entrambe le parti perfezionata, come si ricava dal tenore testuale degli articoli 165 e 369 cod. proc. civ., al momento della ricezione dell’atto da parte del destinatario, contro cui l’impugnazione è rivolta”, principio così espressamente affermato proprio per un caso di appello per ritenere che il termine previsto dagli articoli 165 e 347 c.p.c. decorre dalla notifica dell’atto d’appello in senso proprio e non dalla consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario -; Cass. sez. 1, 21 maggio 2007 n. 11783 – che conferma come, ai fini dell’osservanza del termine di costituzione in appello dell’appellante, il “giorno della notificazione” di cui agli articoli 165 e 347 c.p.c. non è da identificarsi in quello in cui si realizza a vantaggio del notificante un effetto anticipato e provvisorio, bensì in quello in cui si compie il perfezionamento del procedimento notificatorio, ovvero nel momento in cui l’atto viene ricevuto dal destinatario o perviene nella sua sfera di conoscibilità -; Cass. sez. 3, 20 aprile 2010 n. 9329 – per cui “il termine per la costituzione dell’appellante, ai sensi dell’art. 347 cod. proc. civ., in relazione all’art. 165 cod. proc. civ., decorre dal momento del perfezionamento della notificazione dell’atto di appello nei confronti del destinatario e non dal momento della consegna di tale atto all’ufficiale giudiziario, che rileva, invece, solo ai fini della tempestività dell’impugnazione” – e da ultimo Cass. sez. lav., 29 ottobre 2013 n. 24346 – che ribadisce come “la distinzione dei momenti di perfezionamento della notifica per il notificante e il destinatario dell’atto, risultante dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, trova applicazione solo quando dall’intempestivo esito del procedimento notificatorio, per la parte di questo sottratta alla disponibilità del notificante, potrebbero derivare conseguenze negative per il notificante, quale la decadenza conseguente al tardivo compimento di attività riferibile all’ufficiale giudiziario, non anche quando la norma preveda che un termine debba decorrere o un altro adempimento debba essere compiuto dal tempo dell’avvenuta notificazione, come per il deposito del ricorso per cassazione e del controricorso, dovendo essa in tal caso intendersi per entrambe le parti perfezionata, come si ricava dal tenore testuale dell’articolo 369 cod. proc. civ., al momento della ricezione dell’atto da parte del destinatario, contro cui l’impugnazione è rivolta”).»

 

La notifica all’avvocato cancellatosi dall’albo, Corte di Cassazione n. 7926/2015: «Se l’avvocato esercita extra districtum (ossia se il processo si svolge fuori del circondario del tribunale cui è assegnato) il luogo ove di fatto si trova il suo studio – ancorché, come nella specie, in circondario diverso da quello di appartenenza e rientrante nel circondario del tribunale procedente – non ha rilevanza, incombendo comunque sul professionista, ai sensi dell’art. 82 r.d. cit., l’onere di eleggere domicilio nel capoluogo – non in qualunque comune (Cass. 2170/1977) – del circondario dell’ufficio giudiziario procedente, con l’effetto di consentire altrimenti la notificazione degli atti presso la cancelleria.  Non è affatto vero, dunque, che l’avv. O., iscritto all’albo di Fermo e non a quello di Ascoli Piceno, avrebbe potuto eleggere domicilio in San Benedetto del Tronto; né ha rilievo la facoltà della controparte di notificargli gli atti nel suo studio anziché nel domicilio eletto (Cass. 4520/1994, 1616/1987), trattandosi appunto di mera facoltà e non di obbligo.  4. – È infine utile precisare che dai principi sopra enunciati questa Corte non si è affatto discostata nella sentenza n. 8411 del 2014, richiamata dal ricorrente nella memoria. Con tale sentenza, infatti, è stata solo censurata l’affermazione del giudice a quo secondo cui, con la cancellazione dall’albo professionale, l’avvocato cessa automaticamente anche dalla funzione di mero domiciliatario, evidenziando come tale funzione sia invece indipendente dallo ius postulandi, proprio dell’avvocato, e dunque non soggetta alle vicende di esso, non senza puntualizzare che l’impossibilità di eseguire la notifica presso il domicilio eletto – per effetto della quale è consentita la notifica presso la cancelleria ai sensi dell’art. 82 r.d. n. 37 del 1934, cit. – si verifica in caso di morte o di irreperibilità del domiciliatario nel luogo indicato.»

Morte della parte ulteriore efficacia della procura ad litem, Corte di Cassazione, sentenza n. 15295 delle Sezioni Unite, pubblicata il 4 luglio 2014, e Cassazione n. 39/2015: «Il motivo è infondato perché, dopo la udienza pubblica in cui la presente causa è stata trattata, è intervenuta la decisione n. 15295 delle Sezioni Unite, pubblicata il 4 luglio 2014 , con la quale , innovando un precedente e consolidato indirizzo interpretativo – al quale la parte ricorrente faceva riferimento- si è statuito che, “in caso di morte o perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, l’omessa dichiarazione o notificazione del relativo evento ad opera di quest’ultimo comporta, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che il difensore continui a rappresentare la parte come se l’evento stesso non si fosse verificato, risultando così stabilizzata la posizione giuridica della parte rappresentata (rispetto alle altre parti ed al giudice) nella fase attiva del rapporto processuale, nonché in quelle successive di sua quiescenza od eventuale riattivazione dovuta alla proposizione dell’impugnazione. Tale posizione è suscettibile di modificazione qualora, nella fase di impugnazione, si costituiscano gli eredi della parte defunta o il rappresentante legale di quella divenuta incapace, ovvero se il suo procuratore, già munito di procura alla lite valida anche per gli ulteriori gradi del processo, dichiari in udienza, o notifichi alle altre parti, l’evento, o se, rimasta la medesima parte contumace, esso sia documentato dall’altra parte o notificato o certificato dall’ufficiale giudiziario ex art. 300, quarto comma, cod. proc.” IV   Perfezionamento notifica con consegna all’Ufficiale Giudiziario, Cassazione ordinanza n. 1894/2015: “A seguito della sentenza n. 477 deI 2002 della Corte costituzionale – secondo cui la notifica di un atto processuale si intende perfezionata, per il notificante, al momento della consegna del medesimo all’ufficiale giudiziario – la tempestività della notificazione esige che la consegna della copia dell’atto per la notifica venga effettuata nel termine perentorio assegnato dalla legge o dal giudice e che l’eventuale tardività della notifica possa essere addebitata esclusivamente a errori o all’inerzia dell’ufficiale giudiziario o dei suoi ausiliari, e non a responsabilità del notificante (cfr. già Cass. n. 21409/04 e tutta la successiva giurisprudenza di legittimità); pertanto, in tale eventualità, la data di ricezione dell’atto da parte del destinatario non rileva al fine di escludere la tempestività dell’adempimento, ma soltanto, ove necessario, al fine di richiederne la rinnovazione, provvedendovi con sollecita diligenza, da valutarsi secondo un principio di ragionevolezza (cfr. Cass. S.U. n. 17352/09, Cass. n. 19986111 ed altre). II principio ha portata generale e trova applicazione anche con riferimento alla notificazione da farsi entro il termine assegnato dal giudice d’appello per l’integrazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 331 cod. proc. civ. “ Dovere di informazione da parte del difensore: «E’ opportuno prendere le mosse dalla natura dell’obbligazione assunta mediante la stipulazione di un contratto di prestazione d’opera intellettuale, obbligazione ritenuta comunemente di mezzi e non di risultato, poichè il professionista, assumendo l’incarico, siimpegna ad espletare la sua attività onde porre in essere tutte le condizioni tecnicamente necessarie a consentire al cliente la realizzazione dello scopo perseguito ma non il conseguimento effettivo di tale risultato. Occorre quindi fare riferimento al criterio della diligenza esigibile ai sensi dell’art. 1176 secondo comma c.c. rapportata alla natura dell’attività esercitata, cosicchè la diligenza da impiegare nello svolgimento dell’opera prestata in favore del cliente è quella posta in essere nell’esercizio della propria attività da parte del professionista di preparazione tecnica e di attenzione medie. L’ art. 2236 c.c. prevede poi una specifica qualificazione della  prestazione d’opera professionale, e quindi una deroga alle norme generali che disciplinano l’inadempimento, giustificata dalla natura e dal contenuto della prestazione richiesta, allorchè quest’ultima comporti la soluzione di questioni tecniche di particolare difficoltà; in tal caso, infatti, la responsabilità del professionista può essere affermata solo nelle ipotesi di dolo o colpa grave. Nondimeno l’evidenziata natura della obbligazione assunta dal professionista come obbligazione di mezzi non esime quest’ultimo dal dovere di prospettare al cliente tutti gli elementi contrari, (ipotizzabili in virtù di quella preparazione tecnica e di quell’esperienza medie caratterizzanti l’attività professionale alla luce degli evidenziati parametri normativi) per i quali, nonostante il regolare svolgimento di tale attività, gli effetti a questa conseguenti possano essere inferiori a quelli previsti, oppure in concreto nulli o persino sfavorevoli, determinando in tal modo un pregiudizio rispetto alla situazione antecedente; il professionista, infatti, deve porre in grado il cliente di decidere consapevolmente, sulla base di una adeguata valutazione di tutti gli elementi favorevoli ed anche di quelli eventualmente contrari ragionevolmente prevedibili, se affrontare o meno i rischi connessi all’attività richiesta al professionista medesimo. Pertanto la valutazione in ordine all’adempimento o meno da parte dell’avvocato dell’obbligazione conseguente all’incarico professionale conferitogli non attiene al mero accertamento del mancato raggiungimento del risultato utile da parte del cliente, ma involge una indagine volta a verificare l’eventuale violazione dei doveri connessi allo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza; nell’ambito di quest’ultimo sono ricompresi i doveri di sollecitazione, di dissuasione ed in particolare di informazione, al cui adempimento il professionista è tenuto sia all’atto dell’assunzione dell’incarico che nel corso del suo svolgimento, evidenziando al cliente le questioni di fatto e/o di diritto rilevabili “ab origine” o insorte successivamente ritenute ostative al raggiungimento del risultato o comunque produttive di un rischio di effetti dannosi, invitandolo a fornirgli gli elementi utili alla soluzione positiva delle questioni stesse, ed anche sconsigliandolo dall’iniziare o proseguire una lite ove appaia improbabile un epilogo favorevole, e, anzi, probabile un esito negativo» (Cass. 14597/2004).»

 

Sentenza Corte di Cassazione n.  9363/2010: Sentenze costitutive e spese processuali esecutività: «… Il capo di una sentenza relativo alla condanna al pagamento di una somma di denaro, è provvisoriamente esecutivo, pur se acceda a pronunce di accertamento o costitutive, o comunque non suscettibili di immediata esecutività.»

 

Lite temeraria art.96 c.p.c., Tribunale Firenze, sentenza del 4 marzo 2011 n.691. «Il riconoscimento del processo come causa di ansia, di stress e di dispendio di tempo ed energie suscettibile di dar luogo a risarcimento delle parti che lo abbiano irragionevolmente subito è da ritenere principio d’ordine costituzionale immediatamente precettivo (v. Cass. Sez. unite, sent. n. 28507 del 23/12/2005). La giurisprudenza ormai costante della CEDU a Strasburgo detta anche i parametri di commisurazione del ristoro: si tratta di riconoscere un danno che va da un minimo di mille euro ad un massimo di millecinquecento euro per ciascun anno di durata del procedimento da ritenersi come causa ingiustificata di sacrificio, con la precisazione che il parametro liquidatorio indicato dalla CEDU, per ogni anno di ritardo, in una forbice da € 1.000,00 ad € 1.500,00, può essere modificato dal giudice nazionale, il quale può modulare la liquidazione del danno non patrimoniale in relazione alla specifica e peculiare connotazione ed intensità che questo assuma nel caso concreto, quando le peculiarità della fattispecie costituiscano tutti elementi che convergono a deporre per una particolare intensità dello stress ed ansia da attesa di una decisione liberatoria (v. in tal senso, per tutte, Cassazione civile, sez. I, 07 dicembre 2006, n. 26200). Non v’è ragione, a parere del Tribunale, che lo stesso principio non debba valere anche nell’interpretazione sistematica dell’art. 96 c.p.c. nel caso – come per l’appunto quello di specie – in cui la lesione del diritto di una parte sia stata provocata dall’abusiva condotta processuale della controparte, che si pone come evidente causa di un processo che non aveva ragion d’essere ‘in toto’, quindi eccessivo nell’intera sua durata e non già per il periodo eccedente quello ‘ragionevole’ fissato, in linea generale, in tre anni.»

 

Ancora lite temeraria. Corte di Cassazione, sentenza  26004/2010. «L’art. 96 cod. proc. civ., che disciplina tutti i casi di responsabilità risarcitoria per atti o comportamenti processuali, si pone con carattere di specialità rispetto all’art. 2043 cod. civ., di modo che la responsabilità processuale aggravata (ad integrare la quale è sufficiente, nelle ipotesi di cui all’art. 96 citato, comma 2, la colpa lieve, come per la comune responsabilità aquiliana), pur rientrando concettualmente nel genere della responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina dell’art. 96 cod. civ. (v., in tal senso, Cass., sentt. n. 16308 del 2007, n. 3573 del 2002). Nè è configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità. 2.3. – La domanda di risarcimento del danno da responsabilità processuale aggravata di cui all’art. 96 cod. proc. civ. può essere proposta solo nello stesso giudizio dal cui esito si deduce l’insorgenza della della responsabilità e del danno, non solo perchè nessun giudico può giudicare la temerarietà processuale meglio di quello stesso che decide sulla domanda che si assume temeraria, ma anche e soprattutto perchè la valutazione del presupposto della responsabilità processuale è così strettamente collegata con la decisione di merito da comportare la possibilità, ove fosse separatamente condotta, di un contrasto pratico di giudicati (Cass., sent. n. 1262 del 1992, v. anche Cass., sent. n. 846 del 1995).»

Corte di Cassazione 26376/2014: «Il termine per la costituzione dell’attore, nel caso in cui l’atto introduttivo del giudizio venga notificato a più persone, è di dieci giorni decorrenti dalla prima notifica ione sia nel giudi o di primo grado che in quello d’appello; tale adempimento, ove entro tale termine l’attore non sia ancora rientrato in possesso dell’originale dell’atto notificato, può avvenire depositandone in cancelleria una semplice copia (c .d “velina’).

Eccezione di incompetenza territoriale, decadenza e indicazione i tutti i fori.  Corte di Cassazione, ordinanza n. 23328/14: «È, infatti, principio consolidato che, in tema di competenza per territorio derogabile, il convenuto ha l’onere di contestare nel primo atto difensivo ex art. 38 c.p.c., come modificato dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 4, l’incompetenza per territorio del giudice adito con riferimento a tutti i concorrenti criteri previsti dagli artt. 18, 19 e 20 c.p.c., restando escluso che, verificatasi la suddetta decadenza o risultata, comunque, inefficace l’eccezione, il giudice possa rilevare d’ufficio profili di incompetenza non proposti o supplire alla genericità o incompletezza dell’eccezione stessa, restando la competenza del giudice adito radicata in base al profilo non (o non efficacemente) contestato (v. per tutte Cass.ord. 27.10.2003 n. 16136).  Va, quindi, ribadito il seguente principio di diritto:  La formulazione dell’eccezione d’incompetenza territoriale derogabile, ai fini della sua ammissibilità, deve essere svolta, con l’indicazione di tutti i fori concorrenti, ovvero per le persone fisiche, con riferimento, oltre ai fori speciali ai sensi dell’art. 20 c.p.c., anche a quelli generali, stabiliti nell’art. 18 c.p.c. (e, per le persone giuridiche, con riferimento ai criteri di collegamento indicati nell’art. 19, primo comma, c.p.c.).  L’incompletezza della formulazione dell’eccezione è – come già detto – controllabile, anche d’ufficio, dalla corte di Cassazione in sede di regolamento di competenza.»

Il termine di prescrizione per la richiesta degli interessi anatocistici è di 10 anni dalla chiusura del conto corrente, Corte di Cassazione, sentenza n. 3190/2016

La transazione e i suoi effetti, Corte di Cassazione sentenza n. 3598/2015: «Si osserva che nella transazione intervenuta in corso di causa la giurisprudenza di questa Corte individua un fatto idoneo a determinare la cessazione della materia del contendere (v. Cass. 10 febbraio 2003, n. 1950).
In particolare si distingue la transazione novativa da quella semplice. Nella prima si verifica l’estinzione del rapporto preesistente e la sostituzione di esso con altro oggettivamente diverso per contenuto e fonte costitutiva; nella seconda rimangono fermi il precedente rapporto e la relativa fonte, ma si introducono mutamenti dell’assetto sostanziale dei diritti e degli obblighi che sul piano processuale si configurano come fatti modificativi, impeditivi o estintivi del diritto azionato. L’una e l’altra forma di transazione eliminano la posizione di contrasto fra le parti e fanno venire meno l’interesse delle stesse ad una pronuncia sulla domanda come proposta o come evolutasi in corso di causa, correlativamente determinando l’inutilità della pronuncia medesima.
Il collegamento all’interesse ha consentito di dare base normativa all’istituto.
Proprio la ricostruzione della cessazione della materia del contendere in termini di carenza di interesse è stata utilizzata dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza 28.9.2000, n. 1048. per comporre il contrasto venutosi a creare sulla natura della pronuncia dichiarativa nel senso che tale pronuncia non è idonea ad acquistare efficacia di giudicato sulla pretesa fatta valere, ma solo sul venire meno dell’interesse (v. anche Cass. 3 marzo 2006, n. 4714).
Corollario è che la parte può riproporre la medesima domanda e la parte, contro la quale è proposta, per ottenerne il rigetto deve sollevare l’eccezione rei per transactionem finitae.
La dottrina, che aveva segnalato che la transazione comporta il rigetto della domanda per infondatezza sopravvenuta piuttosto che la declaratoria di carenza di interesse, osservando come la sentenza che, nonostante la transazione, accogliesse la domanda sarebbe non tanto inutile quanto contra ius, ha manifestato il proprio dissenso, rilevando che, se la transazione da luogo ad una modificazione estintiva del diritto controverso, la pronuncia di cessazione della materia del contendere è di merito e, come tale, idonea al giudicato sostanziale sulla pretesa.
Se la transazione è endoprocessuale e, cioè, avviene nell’ambito del processo, non ha bisogno di essere provata, formando, al pari di qualsiasi altro elemento processuale, oggetto di valutazione del giudice;
la stessa cosa si verifica quando la transazione è extraprocessuale, ma è ammessa dalle parti, in quanto in tal caso è pacifica ed il fatto pacifico non va provato; in entrambi i casi la transazione costituisce, insomma, fatto interno al processo, come tale direttamente accettabile dal giudice (Cass. 27 aprile 1994, n. 4017).
Se la transazione extraprocessuale non è pacifica tra le parti, sorge la necessità di provarla ed a questo fine il giudice deve ammettere i mezzi istruttori richiesti, salvo che non escluda che la transazione allegata sia astrattamente idonea ad eliminare radicalmente e senza residui l’oggetto della controversia; nel qual caso deve rifiutarne l’ammissione (Cass. 16 ottobre 1993, n. 10241; Cass. 22 gennaio 1997, n. 622; v. pure Cass. 3 marzo 2006, n. 4714).
Va peraltro precisato che il giudice può, in qualsiasi stato e grado del processo, dare atto d’ufficio della cessazione della materia del contendere intervenuta nel corso del giudizio se ne riscontri i presupposti, e cioè se risulti ritualmente acquisita o concordemente ammessa una situazione dalla quale emerga che è venuta meno ogni ragione di contrasto tra le parti, a ciò non ostando la perdurante esistenza di una situazione di conflittualità in ordine alle spese, dovendosi provvedere sulle stesse secondo il principio della soccombenza virtuale (Cass. 11 gennaio 2006, n. 271). Consegue da quanto precede che, se vi è controversia tra le parti in merito alla rilevanza giuridica ed al contenuto della transazione, si rende necessario dirimere questa controversia per cui non può esservi cessazione della materia del contendere, che prescinda da un intervento decisorio del giudice compositivo di un contrasto di posizioni. In particolare, qualora la decisione del giudice sia necessaria ed essa sia nel senso che la transazione investe anche l’oggetto della domanda, come affermato da una parte e contestato dall’altra, non vi è cessazione della materia del contendere, che il giudice si limita a dichiarare, ma una decisione dell’infondatezza della pretesa, per effetto o novativo (in caso di transazione novativa) o impeditivo (in caso di transazione semplice).
Quindi, mentre la declaratoria di cessazione della materia del contendere è in effetti una pronunzia processuale di sopravvenuta carenza di interesse, inidonea a formare il giudicato sostanziale, ma solo processuale, limitandosi tale efficacia di giudicato, appunto, al solo aspetto del venir meno dell’interesse alla prosecuzione del giudizio (Cass., sez. un., 28 settembre 2000, n. 1048; Cass. 3 marzo 2006, n. 4714), la decisione sulla rilevanza e sul contenuto della transazione costituisce un rigetto nel merito della domanda, impedita appunto dalla transazione (novativa o semplice che sia).»

Siti di interesse

Consiglio Nazionale Forense

Cassa forense

Ministero della Giustizia

Tribunale di Roma

Corte di Appello di Roma